Nel 2025 la stessa Commissione europea ha riconosciuto la portata del problema: le modifiche proposte alla CSRD e ai futuri ESRS potrebbero ridurre i costi amministrativi di circa 4,4 miliardi di euro l’anno, con un sollievo immediato stimato in 1,6 miliardi per le imprese esentate.
Nello stesso periodo, la prima ondata di report allineati alla CSRD ha prodotto documenti lunghi da 30 a oltre 300 pagine, mentre alcune grandi aziende hanno dovuto aggiungere da 15 a più di 100 persone solo per sostenere il peso operativo della rendicontazione.
Il punto non è negare l’utilità della trasparenza. Il punto è chiedersi quando la trasparenza smette di correggere il sistema e comincia invece a consumarlo.
Da qui parte questa rubrica.
Mottainai, in giapponese, non indica una posa morale né una nostalgia spirituale della sobrietà. Indica il fastidio razionale per un valore distrutto prima di essere esaurito: materia sprecata, energia dissipata, tempo usato male, capitale assorbito da attività che non migliorano nulla.
Per questo qui non useremo la sostenibilità come linguaggio consolatorio.
La useremo come strumento diagnostico. Un indicatore ambientale serio non serve a farvi apparire virtuosi: serve a localizzare una perdita. Un indicatore sociale serio non serve a rendere più elegante una presentazione: serve a mostrare dove il lavoro si inceppa, dove il turnover divora competenza, dove la governance confonde controllo e ritardo.
La rendicontazione diventa sterile quando pretende di sostituire l’ingegneria.
Compensare lontano ciò che non si è voluto correggere vicino è spesso solo un modo sofisticato per non guardare il processo. Elettrificare la facciata mentre l’organizzazione continua a bruciare ore, rilavorazioni e autorizzazioni inutili non è trasformazione. È arredamento reputazionale.
In questo spazio faremo una cosa semplice e sgradevole.
Prenderemo parole nobili e le riporteremo al loro costo operativo. Leggeremo la doppia materialità non come adempimento, ma come test di resistenza del modello di business. Se un processo genera troppo scarto, il problema non è anzitutto ambientale: è progettuale. Se per approvare una spesa minima servono dieci passaggi, il problema non è sociale in astratto: è una struttura decisionale che spreca tempo buono e lo chiama prudenza.
Non ci interessano i bollini, i lessici assolutori, le penitenze simboliche.
Ci interessa una domanda: dove state perdendo valore mentre vi raccontate di stare creando impatto? Perché la sostenibilità seria comincia sempre nello stesso punto: nel rifiuto dello spreco misurabile.
Questa rubrica starà qui.
Nei numeri che non tornano, nei colli di bottiglia, nei costi nascosti, nelle procedure che rallentano, nelle compensazioni che assolvono e non correggono. La conformità può essere utile, ma viene dopo. Prima viene una disciplina più semplice e più severa: non sprecare ciò che ha ancora valore.
Il vostro ultimo bilancio di sostenibilità ha ridotto uno scarto, una dispersione, un tempo di attraversamento?
Oppure ha solo aumentato il costo con cui avete imparato a raccontare ciò che non avete corretto?